giovedì 10 dicembre 2015

INTERVISTA



La musica è già, di per sé, magia. Ma il cantare, e danzare, il rispetto e la libertà, si spinge ancora più in là. E s’accende l’immaginazione: il gruppo è l’unione, il ritmo la voglia repentina di cambiamento oltre le ingiustizie, l’espressione radiosa di ogni componente, la felicità nel trasmettere i valori. D’altra parte non è un caso che Gospel significhi, in inglese, "Vangelo". Un, anzi "il", punto di riferimento per abbattere barriere, coltivare le diversità, trasformare in ricchezze le differenze. Trasmettono anche questo gli Harmony Gospel Singers. Nato nel 2003, il gruppo è composto da una trentina di cantanti e musicisti italiani. Ce ne parla Cristian Barel, il preacher.

Cristian, prima curiosità: chi è il preacher?
«Una figura che si ispira alla Bibbia che comunichi il senso di ciò che si canta, che trasmetta il messaggio evangelico, che esorti alla partecipazione, alla riflessione e alla celebrazione, che faccia da guida spirituale perché il gospel è una liturgia sonora».

E poi cos’altro è?
«Una prassi rituale complessa, gioiosa ma anche meditativa che celebra la presenza e l’azione di Dio nella vicenda umana. In Italia servirebbe più approfondimento culturale e spirituale del gospel. Anche il pubblico avrebbe bisogno di essere maggiormente informato. Noi cerchiamo di farlo».

Cosa vi prefiggete prima di esibirvi?
«Per mettere a proprio agio il pubblico, lo accogliamo sulla porta della chiesa o del teatro e gli consegniamo un opuscolo informativo. Non rinunciamo mai a cercare di far partecipare attivamente chi ascolta. Stefania Mauro, la nostra direttrice, ha creato questo coro per far conoscere davvero il gospel».

Siete soddisfatti se sapete che il pubblico ha recepito quale messaggio?
«C’è la necessità di un contatto con la propria spiritualità che l’uomo moderno ha perduto o trascurato, ma che inconsapevolmente cerca».

Come vi preparate?
«Facciamo una prova a settimana, poi ci sono i concerti. Ma l’impegno non è solo questo. Credo che la fatica più grande sia quella di imparare a cantare e a stare sul palco alla maniera afroamericana».

Una o più peculiarità del vostro gruppo?
«Siamo liberi: sul palco ognuno di noi esprime quello che ha dentro in quel momento».

Cosa diresti a chi è digiuno di gospel per stuzzicargli l’appetito?
«Che il gospel è una musica di liberazione spirituale. Se uno decide di lasciarsi guidare dall’energia della musica e delle parole avverte il potere di guarigione di questa musica. Ci si diverte, ma si può essere pure indotti a cambiare qualcosa di noi».

Quanto è diffuso il gospel nel territorio regionale e provinciale?
«Esistono diversi cori. Sono realtà molto diverse tra loro. Tra l’altro, ci sono scarsissimi contatti. Il fatto è che stiamo percorrendo strade differenti e, per alcuni aspetti, alternative». 

Un appello per nuove leve?
«Prima di entrare in un coro gospel, cercate di conoscere questa musica. È vero: ci si diverte, è bello, ma è meglio ricordare che il primo pubblico di un concerto gospel è Dio. Il gospel come spettacolo e come intrattenimento prima o poi stanca. I primi a stufarvi sarete proprio voi coristi».

Un messaggio?
«Il pubblico sta lentamente assumendo consapevolezza su che cos’è davvero il gospel. Ci sarà un momento in cui chiederà ai cori più di quanto essi stessi possono o vogliono dargli. Quando verrà questo momento il pubblico troverà gli Harmony preparati».


Alberto Francescut




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